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Pubblicato circa 15 ore fa

Dopo lo slogan “Io resto a casa”, per una questione di coerenza poetica, mi sarei aspettato il naturale seguito: “Io resto a piedi”… perché, a chi ancora non l’avesse capito, sembra essere questo il ritornello: restare fermi. Fermi nelle paure. Fermi nelle rinunce. Fermi mentre il mondo corre o impazzisce, che a volte è la stessa cosa. Fermi, prudentemente immobili, con la rassicurante sensazione che non muoversi sia ancora una forma di libertà. Nel frattempo ci si impoverisce, ci si impaurisce, ci si abitua a dipendere. E, passo dopo passo -anzi, senza fare passi!- diminuiscono le possibilità di scegliere e aumentano le ragioni per non farlo. Il trucco, in fondo, è semplice: se smetti di camminare, prima o poi qualcuno ti spiegherà che non sei fermo. Sei al sicuro. E quando avrai dimenticato come si cammina, sarà molto più facile convincerti che quella che chiami “vita” non è una vita, che quella che chiami “casa” non è una casa. È la tua gabbia. Con vista dal divano, naturalmente.

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