Sembravamo ....
Tutti uguali
Per anni ho creduto di essere “normale”. Ero integrato, funzionante, rapido. Ero capace di corrispondere alle aspettative: produrre, correre, accumulare, adattarmi. A distanza di tempo, guardandomi indietro, posso dire con sincerità che quella normalità non aveva nulla a che fare con la salute. Era piuttosto una forma di anestesia: una vita vissuta secondo ritmi e standard che non avevo davvero scelto.
Oggi mi accorgo che la normalità contemporanea è una sorta di normalità nevrotica. Un modello sociale che premia la velocità, la performance, l’iperattività, lo status. L’uomo “normale” deve essere costantemente impegnato, efficiente, desiderabile, competitivo. Se rallenta, se ascolta, se sente troppo profondamente, rischia di sembrare fuori posto.
La verità è che, a un certo punto, sono “guarito” proprio allontanandomi da questo ideale. Guarire ha significato recuperare la lentezza, accettare l’imperfezione, dare spazio all’interiorità. Ha significato smettere di inseguire un ruolo e iniziare a riconoscere una presenza. Ho capito che normalità e autenticità, oggi, troppo spesso si escludono a vicenda. In un mondo che ci vuole uguali, guarire significa permettersi di essere diversi. E forse è proprio da lì, da quel piccolo atto di disobbedienza intima, che può nascere una forma più umana di normalità: più lenta, più sentita, più viva.