Arancione e giallo...
50 sfumature di giallo. No, tranquillu, non è il seguito di un romanzo erotico.
È semplicemente l’autunno. Quello che svuota i rami, riempie i boschi di meraviglia. Quello che spoglia gli alberi e veste i fotografi a cipolla. (Con risultati erotici decisamente trascurabili.)
È basta intravedere un albero dorato e perdiamo il controllo. Ci abbassiamo fino a sparire nell’erba, ci contorciamo tra i rami, ci sdraiamo su un tappeto di foglie umide. Tutto pur di portare a casa quell’inquadratura che nessuno ha mai visto.
O almeno così ci raccontiamo.
Da lontano, probabilmente, sembriamo persone alla ricerca di qualcosa che hanno appena perso.
Poi torniamo a casa, apriamo la fotografia e comincia la resa dei conti.
Il giallo è bellissimo. L’albero anche. Peccato per quel ramo in primo piano, che dal vivo sembrava un dettaglio poetico e adesso occupa metà dell’immagine con la grazia di un palo della segnaletica.
E la magia di quel momento? Quella luce che ci aveva fatto tirare fuori la macchina fotografica?
Svanita. Come il calore nelle mani e la sensibilità nelle dita dei piedi.
Ed è proprio qui che, per me, inizia la fotografia.
Non basta raccogliere tutti i colori dell’autunno dentro una cornice. Bisogna capire quali lasciare parlare.
A volte è una foglia illuminata dal sole. Altre, un’ombra che protegge una parte della scena. Oppure un dettaglio imperfetto, un elemento fuori posto che, se scelto con cura, restituisce al bosco la sua anima.
Perché il rischio è quello di fotografare un’esplosione di giallo e ritrovarsi con un’immagine che urla così tanto da non raccontare più niente.
L’autunno ha già una voce potentissima. Il nostro compito non è alzare ulteriormente il volume, ma trovare il modo di farci ascoltare.
Perché una fotografia non dovrebbe limitarsi a dire: «Guarda quant’è bello questo posto».
Dovrebbe riuscire a farti sentire perché, proprio in quel momento, non sono riuscito a passare oltre.
Anche se, per trovare quell'inquadratura, mi sono seduto su una castagna ancora nel riccio.
La fotografia è anche sacrificio. Quello delle chiappe, soprattutto.