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《 in analogico 》

《 in analogico 》

Pubblicato circa 16 ore fa

Ho sempre amato le fotografie.

Anche per quelle venute male, mosse, storte, con qualcuno tagliato a metà o con me appena dentro il bordo dell’immagine. Forse soprattutto per quelle.

Mi piace l’idea che possano riapparire dopo anni e restituirti qualcosa che avevi dimenticato di aver vissuto: un concerto, una risata colta mentre nessuno guardava, un viaggio in macchina verso il mare cantando De Gregori. Una me bambina davanti alla torta, mentre una piccola spettatrice fissa le candeline con la concentrazione di chi sta per soffiare e io la osservo con quell’aria da “Provaci, stronza” che avrei dovuto conservare per molte altre occasioni della vita.

Lo so: nessuna quantità di fotografie potrà mai compensare la quantità di tempo vissuto. Ci sono momenti che non abbiamo fotografato perché stavamo semplicemente vivendo, o perché non abbiamo fatto in tempo. E forse è proprio questo il punto. Una fotografia non contiene soltanto l’istante che ha fermato. Dentro ci sono quelli che lo hanno preceduto, i pensieri che avevi in testa, la luce che hai scelto di vedere, i colori che hai riconosciuto, l’affetto che provavi per quella persona o per quel luogo.

Fotografare significa anche essere accolti. Qualcuno che si lascia guardare, un luogo che per un attimo smette di proteggersi, perché si fida del tuo sguardo.

Per questo le fotografie mi sono sempre sembrate una piccola forma di ostinazione contro la fretta. Contro le cose che passano senza lasciare traccia, contro i legami che evaporano, contro l’idea che tutto debba essere provvisorio.

Sono un modo per dire: questo lo tengo. Questo l’ho visto. Questo per me contava.

Sono tracce di estati e inverni, di partenze e ritorni, di giornate luminose e di stagioni interiori che non sapremmo più spiegare. Sono piccole prove del tempo attraversato, dei luoghi in cui abbiamo abitato anche solo per un pomeriggio, delle persone che ci hanno lasciato qualcosa addosso.

E poi ci sono fotografie che raccontano per noi. Che conservano una storia che a parole non riusciremmo a ricostruire. Frammenti sparsi che, messi uno accanto all’altro, finiscono per assomigliare a ciò che siamo: pezzi imperfetti, incontri, distanze, affetti, luoghi, coincidenze.


( A voi, nella foto, li scorcio di un viaggio in macchina. con la musica a volume alto. Altissimo...)

Colonna sonora:

Tom Waits, Picture in a frame

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