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Fiori per Algernon, di Daniel Keyes.
Un romanzo di una crudeltà disarmante e di una genialità assoluta: noi siamo Charlie. Non lo contempliamo dall'esterno, non ci limitiamo ad assistere alla sua vicenda né ci viene semplicemente restituito il ritratto di un uomo: siamo chiamati ad abitarne la coscienza, a identificarci con lui, fino a diventare parte integrante del suo percorso. Accade pagina dopo pagina, resoconto dopo resoconto.
Le sue parole, inizialmente sgrammaticate, ingenue e di una tenerezza struggente, diventano progressivamente anche le nostre. Quando la sua scrittura comincia ad affinarsi, quando il linguaggio si fa più preciso, il lessico più articolato e il pensiero più lucido, avvertiamo di evolverci insieme a lui, quasi senza rendercene conto. Nessuno ha bisogno di dirci che Charlie sta diventando più intelligente: lo comprendiamo attraverso la metamorfosi della sua scrittura, nella sintassi che gradualmente si ricompone, negli errori grammaticali che scompaiono, nelle riflessioni che acquistano profondità e complessità, ma anche una crescente intensità dolorosa.
Ed è proprio in questo processo di accrescimento intellettuale che si consuma la ferita più profonda: Charlie comincia a vedere ciò che prima gli era precluso e scopre che il mondo che aveva ingenuamente creduto benevolo e accogliente era, in realtà, una menzogna. Dietro quella che interpretava come amicizia si celavano scherno, sopraffazione e crudeltà. La consapevolezza, anziché liberarlo, lo espone a una realtà ben più amara di quella che aveva conosciuto.
E noi non ci limitiamo a leggere il suo dolore: lo avvertiamo intimamente, quasi fisicamente, perché abbiamo condiviso il suo sguardo, abbiamo osservato il mondo attraverso la sua stessa ingenuità e, insieme a lui, siamo costretti a riconoscerne l'ipocrisia.
Sorge allora un interrogativo tanto lacerante quanto inevitabile: l'intelligenza vale davvero il dolore che porta con sé?
Charlie era felice a modo suo. La sua difficoltà nel comprendere determinate dinamiche, nel decifrare le intenzioni altrui e nel riconoscere la malvagità che si celava dietro certi comportamenti costituiva, paradossalmente, una forma di protezione. La sua inconsapevolezza lo preservava da sofferenze che la conoscenza avrebbe reso inevitabili. E allora viene spontaneo domandarsi: forse, per lui, sarebbe stato preferibile non sapere? Rimanere nella dimensione ingenua e rassicurante in cui aveva sempre vissuto?
Non saprei dare una risposta. Una certezza, tuttavia, rimane: una volta dischiusi gli occhi sulla realtà, non è più possibile tornare alla precedente inconsapevolezza. Quando la conoscenza ci rende finalmente capaci di vedere, siamo chiamati anche a scegliere chi desideriamo essere, quale umanità vogliamo preservare e in che modo intendiamo abitare il mondo.
E poi c'è Algernon. Il piccolo topo che percorre, in anticipo, il medesimo itinerario che attende Charlie. La sua sorte mi ha suscitato una compassione profonda, quasi insostenibile. Quel minuscolo essere, confinato nella propria gabbia e costretto a misurarsi con il suo labirinto, non è più soltanto un soggetto di sperimentazione scientifica. Diventa una creatura fragile, un compagno di destino, uno specchio silenzioso nel quale Charlie finirà per riconoscere la propria immagine e intravedere il proprio futuro. La sua presenza conferisce alla vicenda una malinconia ancora più struggente, perché ci ricorda che dietro ogni esperimento, ogni scoperta e ogni ambizione scientifica esiste una vita, con la sua irriducibile fragilità.
Fiori per Algernon è un romanzo che mi ha ferita, ma di quella sofferenza che soltanto le opere letterarie più grandi sanno suscitare: non quella che cerca artificiosamente la commozione, bensì quella che nasce dalla capacità di penetrare nelle pieghe più recondite dell'animo umano. È un libro che non si limita a raccontare il dolore, non lo descrive né lo spiega: ce lo fa attraversare, ce lo consegna in tutta la sua intensità, fino a renderlo nostro.
È una lettura che lascia un segno profondo, che induce a interrogarsi sulla conoscenza, sulla dignità, sulla solitudine e sul significato stesso dell'essere umani. Una di quelle storie che continuano a risuonare dentro di noi anche quando l'ultima pagina è stata voltata.
Uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Di quelli che non si esauriscono con la conclusione della lettura, ma continuano a vivere dentro di noi, silenziosamente, trovando dimora in un luogo del cuore dal quale difficilmente se ne andranno.