Reminiscenze...
Ricordi di una me lontana...
A febbraio la neve si è riversata sulle strade in quantità industriali, trasformando i marciapiedi in un percorso a ostacoli degno di un film ambientato nell’Unione Sovietica dei tempi peggiori. Si mangia magnificamente, ma spostarsi a piedi richiede lo spirito d’adattamento di chi affronta un survival game senza sapere cosa lo aspetta alla prossima curva.
Ricordo una città che sembra non aver mai smesso di essere in costruzione. Sogna in grande, con lo sguardo rivolto a Berlino, ma conserva il fascino decadente di un set post-apocalittico dimenticato. Cristallizzato. La chiamano la Parigi dell’Est, con un ottimismo che fa quasi tenerezza.
Da una parte, vecchie banche in stile art déco trasformate in alberghi di charme; dall’altra, stradine dove il tempo sembra essersi fermato a metà del secolo scorso, tra botteghe impolverate, materiali da costruzione abbandonati e un futuro che non ha ancora deciso da che parte andare.
Basta girare l’angolo per passare da un enorme edificio comunista a una piccola chiesa ortodossa che sembra immune a qualsiasi cambiamento storico. Poco più avanti, una facciata appena restaurata si alterna a un edificio con le finestre sfondate. Tutto convive senza un apparente criterio, come se la città avesse rinunciato da tempo a trovare un equilibrio.
Il centro storico è un catalogo di contraddizioni in formato verticale: insegne luminose, kebab, sushi senza limiti, ristoranti italiani dalla dubbia autenticità e catene internazionali si contendono lo spazio con vecchi sarti e orologiai che sembrano lavorare secondo un calendario tutto loro, lontano dalle notifiche e dalla connessione internet.
Anche i tetti raccontano questa doppia anima. Sopra edifici che cadono letteralmente a pezzi sono comparsi locali alla moda, terrazze panoramiche e cocktail bar dove un drink può costare dodici euro. La vista è elegante, l’atmosfera internazionale. Basta abbassare gli occhi, però, per ritrovare intonaci scrostati e finestre che aspettano ancora qualcuno disposto a occuparsene.
Il luogo dà l’impressione di una città che vuole disperatamente dimostrare di essere pronta per il futuro, ma che si presenta all’appuntamento con una giacca impeccabile e le suole delle scarpe completamente consumate. C’è ambizione, c’è energia, c’è voglia di cambiare. Quello che manca, a tratti, è il tempo necessario per mettere insieme tutti i pezzi.
Per fortuna, c’è una certezza che non ha bisogno di restauri né di grandi progetti urbanistici: si mangia davvero bene. E, almeno per oggi, è un ottimo punto da cui cominciare.
E me come essa. Perennemente in bilico. Cercando di tenere incollati i pezzi di una frattura non visibile.