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I chiodi nella tasca

Pubblicato circa 16 ore fa

Ti svegli con l’alba che bussa contro la lamiera della tapparella. A Napoli il sole entra dalle finestre come un ladro gentile, scosta il buio con dita leggere e ti prende gli occhi. Abiti ai Quartieri Spagnoli, in via Speranzella, al terzo piano senza ascensore. I piedi nudi toccano il pavimento freddo, le piastrelle sbeccate raccontano di tutte le cadute, i balli, gli inciampi. In cucina il caffè borbotta nella moka vecchia. Fuori, le voci già riempiono i vicoli: donne che gridano, uomini che fumano, motorini che sfrecciano come pensieri impazienti.

Porti ancora addosso la notte: le mani di lui sul collo, il respiro spezzato, i silenzi infilati tra un bacio e l’altro. Non chiedi niente, non dici niente. Lui si chiama Daniele, ha trentatré anni e un passato che non racconta. Arriva da Ponticelli ogni venerdì sera, resta fino a domenica. Non porta mai niente con sé, solo le cicatrici sulle nocche e il profumo di basilico sulle mani. Lavora in un ristorante a Mergellina, cucina con rabbia, taglia le verdure come se stesse litigando col mondo.

Quando fa caldo salite a Posillipo. Vi sedete sul muretto, le gambe a penzoloni, lo sguardo sul golfo. Il Vesuvio osserva in silenzio, spettatore immobile di tutta la vostra fame. Fame di pelle, di storie, di un presente che non diventa mai futuro. Non parlate di voi, non chiedete. Solo corpi che si cercano senza domande.

Nel cassetto tieni ancora il biglietto del primo giorno: “Non mi cercare. Se ci sei, ci arrivo.” Lui te lo lascia sul cuscino ogni volta che va via. Lo conservi come si conservano i chiodi nella tasca, per tenerli vicini, per ricordare che certe cose pungono anche se non fanno rumore.

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