I tornanti sono le tue ciglia
I tuoi silenzi dovrebbero comparire su tutti i libri di educazione stradale del mondo, come i cartelli, le strade, le strisce longitudinali.
Sono la più dolce segnaletica verticale che mi impone di fare attenzione, di essere prudente, perché potrei perdermi, perderti, lungo i tornanti che sono le ciglia dei tuoi occhi bassi quando rispondi al mio tutto «niente».
Quando sento rallentare le mie mani, quando sento frenare le mie dita prima che si schiantino contro i tuoi capelli, perché è già troppo tardi. O troppo buio.
Come quella volta che sei venuto a prendermi all’uscita dell’autostrada a Foggia, di notte, e mi hai guardata come mai nessuno e mi hai portata al mare con la tua Ypsilon, mentre io cercavo le costellazioni fuori dal finestrino, prima che l’alba se le portasse via.
Farò origami con le tue parole preziose. Farò come se i «copriti, che fa freddo», sussurrati dal letto e ancora addormentati, fossero i tuoi «ti amo», ma detti un po’ meglio.
Farò che settembre non finisca mai. Farò l’autunno che ci travolgerà.
E mi prenderò cura. Cura dei tuoi occhi, delle tue mani, del neo sulla pianta del tuo piede e della tua salvia sul balcone.
Ripenserò a quella volta che mi hai detto «andrà tutto bene». Alla prima volta che mi hai chiamata «amore» e l’ho scritto sulla mia agenda.
Ripenserò a tua madre che, alla stazione di Foggia, prima di partire, mi ha abbracciata: prima piano e poi più forte, senza dire molto, dicendomi già tutto.