Il due agosto
Il due agosto mi manchi.
Ti cerco negli occhi di tuo figlio e, per un attimo, ti vedo affacciarti dalle sue ciglia scure, come dal terrazzo ancora ricoperto d’uva quando sotto casa ti chiamavo perché mi aprissi e tu, posate le dita leggere sulla ringhiera, ti sporgevi appena.
Ti cerco nell’armadio della casa estiva. Nella nuova disposizione dei vestiti che non coinvolge mai le tue due uniche maglie: resistono al tempo, alla nostalgia che ci sopravvive. Restano sempre ripiegate sullo stesso ripiano malgrado le buone intenzioni — quelle di cui ci armiamo quando ci prende bene e, con calma, iniziamo a svuotare l’armadio per fare spazio a nuovi vuoti.
Con la finestra aperta e il sole caldo di agosto spalanchiamo le ante, ci tiriamo su le maniche e iniziamo a estrarre i primi indumenti, i vestiti dimenticati, tutte le estati trascorse da quando non ci sei più. Così escono i jeans corti e stretti, le gonne un po’ allentate, i vecchi costumi da bagno. E alla fine vieni fuori anche tu, nonna, in svariate forme ma due soli colori: un rosa troppo vivace e un azzurro a pois bianchi.
Ad agosto il cielo si copre di stelle e noi scopriamo nuovi spazi vuoti che hai lasciato in luoghi che credevamo dimenticati.
Impariamo che non ci hanno mai abbandonati.
Impariamo a memoria la via del ritorno da percorrere al buio perché di notte, se ti manca qualcuno, il buio può nasconderlo.
E come mi hai trovato, io ti cerco. Oltre i silenzi. Nelle piazze notturne. Sui gradini. Dentro le fontane davanti alle chiese. Tra le foglie della vite. Nelle risate che ancora ci distraggono. Nella voce che udimmo.
Perché ad agosto ogni cosa impone il tuo ritorno.