La prima cosa
La prima cosa che sentii fu l’odore della pioggia dentro le scale del palazzo. Non la pioggia fuori, sull’asfalto o nelle grondaie, ma quella che entra nelle case vecchie e si mescola alla polvere dei muri, alle scarpe lasciate dietro le porte, ai cappotti umidi. Era un odore che conoscevo da bambina. Mi fermò sul pianerottolo come una mano appoggiata sul petto.
Restai lì senza bussare.
Da sotto arrivava il rumore della televisione della signora Elvira, sempre troppo alta, e più lontano il battere metallico del fabbro all’angolo. Tutte cose che avevo creduto di aver dimenticato e invece le avevo tenute dentro senza saperlo, come si tiene una febbre bassa per mesi.
Avevo fatto il viaggio pensando alle parole da dire a mia madre. Me le ero ripetute sul treno, guardando i campi allagati scorrere dietro il vetro. Ma davanti alla porta non me ne rimase nessuna. Sentivo soltanto il sangue nelle orecchie e il freddo delle chiavi in tasca.
La porta si aprì prima che bussassi.
Mia madre mi guardò senza sorpresa, come se mi aspettasse da ore. Portava il grembiule azzurro sopra il vestito blu, quello da casa, e aveva le mani bagnate. Le asciugò sui fianchi senza fretta.
— Sei arrivata.
Non disse altro. Nemmeno io.
Entrai.
La cucina era uguale. Il tavolo con la cerata a fiori scoloriti, il barattolo dello zucchero vicino al fornello, la fruttiera vuota. Certe stanze non cambiano perché qualcuno continua a custodirle contro il tempo. Mia madre aveva custodito quella cucina come si custodisce un lutto.
Mi sedetti.
Sentivo tutto troppo forte. Il ronzio del frigorifero. Il ticchettio dell’orologio appeso al muro. Il respiro di mia madre mentre girava il sugo. Perfino la sedia sotto di me sembrava avere una voce.
— Hai mangiato? — chiese.
Scossi la testa.
Mi mise davanti un piatto senza guardarmi. La pasta fumava. Il pomodoro aveva quell’odore dolce e acido delle conserve fatte ad agosto. Appena infilai la forchetta sentii salire qualcosa dalla gola, non fame, non pianto. Una specie di resa.
Mangiai lentamente. Lei restò in piedi vicino al lavello.
Da piccola credevo che mia madre non sentisse niente. Né dolore né paura. La vedevo attraversare le giornate come una bestia da fatica: zitta, resistente, senza cedimenti. Solo crescendo avevo capito che sentire troppo può rendere muti.
Fuori ricominciò a piovere.
L’acqua batteva contro i vetri con colpi irregolari. Mia madre finalmente si sedette di fronte a me. Aveva le dita gonfie, segnate dal lavoro. Le guardai a lungo. Erano le stesse mani che mi avevano lavata, spinta, trattenuta, schiaffeggiata una volta sola nella vita. Me lo ricordavo ancora il calore improvviso sulla faccia. Ma ricordavo anche la notte dopo, lei seduta ai piedi del mio letto credendomi addormentata. Aveva passato ore a toccarmi i capelli piano, come si fa con i malati.
Ci sono persone che chiedono scusa parlando. Altre soltanto restando.
— La casa perde acqua in camera tua — disse.
Annuii.
Sentivo che voleva dirmi altro. Lo sentivo dal modo in cui teneva la bocca socchiusa, dal piede che tremava sotto il tavolo. Ma certe famiglie imparano a vivere attorno alle parole, non dentro.
Mi alzai e andai verso il corridoio.
La mia stanza odorava di chiuso e sapone vecchio. Aprii la finestra. L’aria bagnata entrò subito, insieme al rumore della strada. Guardai il cortile sotto: i secchi sui balconi, le lenzuola dimenticate sotto la pioggia, il gatto rossiccio accucciato vicino ai motorini.
E sentii di nuovo quella cosa.
Non nostalgia. Non felicità.
Qualcosa di più duro, di più vivo.
Il fatto che certi luoghi continuano a esistere anche quando te ne vai.