Nulla di straordinario
Mi sveglio con la sensazione che qualcosa mi abbia osservata tutta la notte.
Il cellulare è sul comodino, capovolto, ma il suo silenzio è troppo ordinato per essere sincero.
Mi alzo. Cammino scalza sul pavimento di legno del mio appartamento in via Brenta, al terzo piano. La luce filtra tra le persiane, taglia l’aria in strisce oblique. Tutto è fermo.
Apro la finestra. Un uomo con il cappotto beige si ferma sempre allo stesso angolo, alle 8:12. Guarda in alto, verso la mia finestra, poi continua. Non lo conosco. Forse mi sogna. Forse è solo uno schema dell’universo che si ripete.
Nel bagno, lo specchio non restituisce la mia faccia come dovrebbe.
Ci mette un secondo di troppo.
Mi fissa con uno sguardo che non ricordo di avere.
Forse oggi mi guardo diversamente perché oggi ho deciso.
Oggi rischio.
Non qualcosa di straordinario.
Solo di vivere davvero.
Ho scritto una lettera. Non una mail, non un messaggio.
Una vera lettera.
Due pagine. Inchiostro blu.
Parole che mi sfiancano da giorni.
La tengo nella tasca del cappotto, ma è come se fosse incollata alla mia pelle.
Devo consegnarla a mano. A Federico.
Via degli Etruschi 41. Citofono "F.M."
Scendo le scale. Ogni gradino mi scricchiola sotto i piedi come se volesse fermarmi.
Fuori, l’aria sa di ferro e di pioggia in ritardo.
L’universo sembra aver costruito mille trappole invisibili tra me e quel citofono.
Un uomo in bicicletta mi taglia la strada. Una signora urla al telefono. Un cane abbaia come se sapesse tutto.
Davanti al portone, il mio corpo non si muove.
Il dito resta sospeso a un millimetro dal pulsante.
Penso a cosa potrebbe accadere.
Penso anche a cosa non accadrebbe mai, se torno indietro.
Poi suono.
E nel silenzio successivo, così denso da sembrare pieno di ragnatele, mi sento viva.
Non salva.
Non felice.
Solo viva.