Ti sradicano e tu germogli
Elena ha gli occhi dolci. Quando dice accòmodati mi guarda e, con la mano della fede, indica la sedia di fronte a lei, oltre la scrivania ingombra di carte, fogli separati da fotografie formato tessera tutte uguali, tutte anonime. Apre un varco, attraversa il mio silenzio e accenna un sorriso.
Diamoci del tu, insiste.
E io sprofondo.
Mi chiede del test. L’ho fatto ieri, certo. Le emozioni, lo stress, la rabbia, la prende larga e io mi distraggo guardando le finestre che s’allungano sui muri laterali della stanza. Mi parla della funzione adattiva della paura, della reazione di attacco-fuga che con me, però, non funziona. La mia paura è un grido feroce che resta tutto dentro: non arriva a nessuno, non si sente. Eppure, mi spiega, la mia paura di deludere gli altri ha diversi aspetti positivi. Mi spinge a fare sempre del mio meglio, a lavorare sodo, a perseverare. La vera domanda è se sarò capace di gestire l’ansia che ne deriva.
Certamente, la rassicuro.
Alla fine mi chiede di te. È convinta che questa paura ti riguardi, ma le mancano le prove necessarie a superare la presunzione di non colpevolezza. Da quegli occhi dolci, adesso, devo difenderti. Sei l’imputato già condannato, assente in aula e — lei non può saperlo — anche nella vita.
Respingo ogni sospetto. Ti assolvo da ogni accusa. Ti restituisco innocenza. Difendo la tua assenza come se fosse una prova e non una condanna. La rassicuro al punto che, senza esitazione, mi chiede se vorremo avere figli.
È quella l’ultima domanda, il tranello che mi fotte.
Tu sei libero. Io resto sola in aula, a ricostruire i fatti. A ricordare dov’ero quella sera, dov’eri tu. Quella sera al mare, quando hai confessato una tenera preferenza per una bambina. E tutte le volte che, dopo, abbiamo provato a immaginare da chi avrebbe preso il naso, da chi gli occhi.
Li hai più belli tu-tu-tu.
Alla fine trovavamo sempre un compromesso: da te la forma, da me il colore.