Una Suite Al Buio
Scrisse due righe sopra il foglio e le guardò sbiancare quelle parole cadute come per caso, venute da un chissà dove.
Pigiò il tasto play del lettore di compact disc. Gli accordi di un Bach tenutosi in disparte invasero la stanza: sonate d’un violoncello che tagliava l’aria a volte, altra l’accarezzava sensuale.
S’immaginava il levigar dell’archetto sopra le corde, sinuoso andamento ora lento ora più insistito quasi che s’avvertisse poi il mutar del respiro dello strumento a volte calmo altre affannoso, ed il batter del suo cuore.
La passione si consumava così nel breve attimo di un susseguirsi d‘accordi.
Il monitor acceso era la sola luce che schiariva un poco la stanza invasa dalla penombra, si perché è nel fondale buio che si stagliavano nette fra le ombre, le immagini di quel racconto che lo stuzzicava.
Scrisse due righe sopra un foglio, poi girò pagina posandoselo accanto sopra il divano.
Un morso di malinconia lo prese al ventre, no forse un poco più su, al cuore. Dentro a quel buio vagavano i pensieri della notte che non s’eran risolti il giorno prima.
Labbra invaghite d’altre labbra sfioravano il cielo davvero poco distante. Attimi toccati appena, gioie esplorate solo per la parte superficiale.
Era bastata quella volta, si diceva dentro di sè. Se la faceva bastare. S’era risolto a non rincorrere la notte e a non spingersi nel vuoto perchè un battito d’ali non sfugge all’assenza d‘aria e lì non vola.
Il vuoto genera soltanto il nulla o il vuoto appena, e il vuoto assorbe, corrompe, isola, dissolve. Annulla.
Nel vuoto si precipita a vuoto.
Era la legge del buio quella che inonda il creato.
Riprese il foglio poggiato sopra il divano. C’erano scritte due righe appena. Poi lo ripose.
Dicon che al mondo serva l’immaginazione. S’immaginò diverso, differente dal punto emerso, dal palazzo che s’era costruito attorno. Arredato con cura, confortevole, muto.
Aveva davvero bisogno d’altre parole? E parole di chi?
Aveva vent’anni quel giorno e se lo ricordava bene. La donna di lago lo aveva baciato per l’ultima volta. Dischiuso il bozzolo da pupa spiccava il suo volo di farfalla.
Girò pagina. Vent’anni dopo la rivide aveva gli occhi velati di miele ed i cerchi del tronco s’erano ispessiti. Era bella come allora. Gli sorrise e in un volo gli confidò trepida il suo segreto: -”non t’ho scordato ancora”-
Rilesse il foglio. Sempre due righe appena.
Gli occhi di lei appoggiati sopra il suo ricordo dipanavano il testo d’una canzone che gli diceva che “tutto s’è fatto più grande”.
Provò a sovrapporre quelle note al suono del violoncello di Bach. Pensò che il tutto era dissonante. Lasciò che il volto della donna di lago scolorisse nel buio della stanza.
Avrebbe voluto appendere un pensiero a quel momento. Guardò il foglio stampato. Tutte le lettere pareva dissonanti.
Com’è leggero un foglio quando c’hai scritto due righe appena. Lo si solleva con un dito e lo si fa volare.
Dall’alto planò dolce verso il pavimento. Fu un attimo, un attimo e mezzo. Fasi di tempo dilatate. Il tempo stirato della Suite pareva cadenzare quello delle cose attorno.
Lo raccolse da terra il foglio e prima d’appoggiarlo ad un nuovo ricordo lo guardò e lesse piano:
“In cielo ci sono molte stelle a guardare gli uomini, ed una fra di esse è caduta a raccontar la voglia, il desiderio d’un amore fatto di carne, parole e sogni. Io sono stato amato, e così ho amato io.”
Un brivido sottile lo pervase. Fremette il buio attorno gravido di ricordi. Quella frase brillò un poco nell’aria. Di quel sogno s’era fatto la sua stella polare.
Così domani avrebbe chiesto alla stella d’indicargli ancora una via, e con le scarpe allacciate ai piedi avrebbe percorso ancora il cammino, dove un orizzonte si fonde in una nuova esistenza.